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Foro di Coscienza Maschile / Re: Obbligo militare e discrim...
Ultimo messaggio di Junio2 - Oggi alle 09:00:41 AM
La cosa che mi ha colpito è stato il fatto che come è scattato l'arruolamento obbligatorio delle donne prive di prole il movimento femminista si è messo di traverso costringendo a ritirare il provvedimento, quando mai un movimento è riuscito a proporre qualcosa in una tirannia sanguinaria come quella ucraina dove i partiti di opposizione sono stati annullati, aldilà di cosa si può pensare delle donne in mimetica? Del resto se le hanno richiamaste un motivo ci sarà stato. Iniziative contro la mobilitazione forzata maschile sono state fatte senza gli stessi risultati per capirci. Rendetevi conto in una tirannia  delle femministe scendono in piazza e sono più forti di un presidente/dittatore guerrafondaio sostenuto dall'Occidente intero. Come fanno oggi le femministe ad avere più potere di un feroce dittatore?Fa pensare che ci sono interi governi statunitensi o europei pronti a coprirle se no non si spiega, comunque è un dato che mi fa impressione.

Un altro punto che mi ha colpito più volte rimarcato da Lilin sul suo Telegram è la mobilitazione forzata di uommini comuni con nessuna preparazione militare rapiti dalle strade e portati a morire al fronte. Voi ritenete che la guerra dovrebbe terminare una volta che i militari professionisti sono terminati o siete favorevoli a trascinare in guerra anche cittadini comuni?A pensarci non saprei che apporto diano degli impreparati in una guerra moderna contro una superpotenza, percui mi fa pensare alla solita idea dell'uomo inteso sempre come bestia sacrificabile alla mercè di tutti solo per il genere di appartenenza ma forse interpreto la cosa con troppa ideologia.

Mi piacerebbe molto sapere cosa ne pensiate di questi due punti.
#2
Un'altra prova di come la sinistra stia trasformando questo mondo in Orwell 1984. Ci vogliono tutti genuflessi al culto del Grande Fratell* con la schwa.
#3
Confermo
#4
Immagino che tutti i gay del carcere l'abbiano pestato e ....to a dovere. Ora, rieducato cornuto e mazziato, è un omo nuovo
#5
Osservatorio su gender ed eterofobia / 400 giorni di carcere x omissi...
Ultimo messaggio di Junio2 - Ieri alle 11:46:14 AM
LINK https://www.provitaefamiglia.it/blog/irlanda-dopo-oltre-400-giorni-di-carcere-rilasciato-insegnante-che-si-era-rifiutato-di-usare-pronomi-gender?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAAR2ewtFZkxwLGThi_afvT_6r4joqOMq2qHGxUxUJBZcKPWHt98moajU79VU_aem_NT4MFx3x4OX6VdVPUk-fsg

SIAMO AL TOTALITARISMO GENDER

Irlanda. Dopo oltre 400 giorni di carcere rilasciato insegnante che si era rifiutato di usare pronomi gender

Ha dovuto trascorrere oltre 400 giorni in carcere ma alla fine è stato rilasciato. È l'assurda e vergognosa vicenda che arriva dall'Irlanda, la cui vittima è stata – ed è - Enoch Burke, un docente di storia e lingua tedesca, il quale ha pagato con l'arresto e la prigione il suo essersi rifiutato di usare il pronome femminile nei confronti di uno studente in fase di transizione di genere, anche in virtù del proprio credo cristiano evangelico.
Tale decisione è stata disposta solo lo scorso 28 giugno dal giudice dell'Alta Corte di Dublino. All'insegnante è stato però nel contempo intimato il divieto di rientrare in servizio alla scuola secondaria Wilson's Hospital della Chiesa d'Irlanda a Multyfarnham, pena una nuova detenzione.
Il contenzioso del docente con il dirigente dell'istituto risale al 9 maggio 2022, allorquando il professor Burke si era rifiutato di usare nome e pronome femminili per uno studente della sua classe in fase di transizione di genere. Dopo esser stato posto d'ufficio in congedo amministrativo retribuito nell'agosto 2022, il consiglio scolastico gli aveva poi notificato come procedimento disciplinare il divieto di ingresso a scuola, cosa che egli ha deliberatamente ignorato. Arrestato per oltraggio alla corte il 5 settembre 2022, viene ora rilasciato anche perché il giudice ha sostenuto che Burke stesse strumentalizzando la detenzione quale forma di protesta nei confronti dell'ideologia di genere.
«Vuole multarmi per la professione delle mie convinzioni religiose», ha ribadito il docente dinanzi al giudice nel gennaio 2023, accusando l'Alta corte di perpetrare un'ingiustizia nei suoi confronti sia nell'impedirgli l'accesso a scuola, sia nell'imporgli l'utilizzo del pronome femminile per lo studente in fase di transizione di genere, negandogli di fatto libertà di pensiero, di espressione, di religione e di insegnamento.
Al di là delle vicissitudini giudiziarie del caso di specie, la triste vicenda accaduta al docente Burke consente di rilevare la natura autoritaria e liberticida dell'ideologia di genere, denunciata costantemente con fermezza da Pro Vita e Famiglia e che rischiava di imporsi anche nel nostro Paese se pensiamo ai vergognosi contenuti del Ddl Zan, qualora fosse stato approvato.
#6
LINK https://www.uominibeta.org/articoli/listat-e-le-sue-metodologie-nelle-indagini-di-genere/

L'ISTAT e le sue metodologie nelle "indagini di genere" di Fabio Nestola
 
La violenza domestica costituisce una tipologia di reato in costante espansione, complesso da analizzare in quanto la tendenza degli autori a contenere gli episodi entro le mura domestiche incontra frequentemente la connivenza più o meno passiva delle stesse vittime. Siamo pertanto in presenza di un fenomeno sommerso, del quale non è facile tracciare i contorni.
Una conoscenza approfondita del fenomeno nel suo insieme, tuttavia, è essenziale per lo sviluppo delle politiche e dei servizi necessari a contenerlo e possibilmente prevenirlo, a partire dalle campagne di sensibilizzazione fino ad arrivare alle contromisure legislative finalizzate appunto a prevenire e/o contenere la violenza.
Va rilevato come inchieste, sondaggi e ricerche che analizzano la violenza di cui è vittima la figura femminile vengono proposte con continuità a livello istituzionale e mediatico, da diversi decenni. Di contro, non esistono in Italia studi ufficiali a ruoli invertiti; vale a dire approfondimenti sulla violenza agita da soggetti di genere femminile ai danni dei propri mariti o ex mariti, partners ed ex partners, parenti a affini di vario grado.
Questa curiosa e pluridecennale lacuna può avere origine da due presupposti:
aggressività e violenza femminile non esistono, oppure
se esistono, sono legittimate, e pertanto non è interesse della collettività studiare alcuna misura di prevenzione e contenimento
L'ISTAT, su mandato del Ministero per le Pari Opportunità, ha pubblicato un'indagine sulla violenza in famiglia subita dalle donne, prevedendo diverse batterie di domande relative alla violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica. Da un campione di 25.000 interviste, trasportato in dimensione nazionale, risulta una proiezione di circa 7.000.000 di donne che subiscono violenza dal proprio partner o ex partner.
Sono indubbiamente dati allarmanti, che vengono propagandati con continuità. Analizzando con cura il questionario somministrato dall'ISTAT, tuttavia, viene da chiedersi se detto questionario non sia stato elaborato con il preciso obiettivo di far emergere dati numericamente impressionanti, sui quali costruire un allarme sociale.
Dato che il questionario è stato elaborato in collaborazione con le operatrici dei centri antiviolenza, infatti, era difficile immaginare che ne sarebbero potuti uscire dati non faziosi. L'impatto sull'opinione pubblica, di fatto, è generato dal dato conclusivo — 7.000.000 di vittime — senza approfondire da cosa scaturisca questo dato. Questo aspetto è importante perché chi opera nel campo delle statistiche sa bene come una scelta mirata di domande può influenzare pesantemente in un verso o nell'altro i risultati.
Oltre ai quesiti su violenza fisica (7 domande) e sessuale (8 domande), il questionario ISTAT lascia uno spazio ben maggiore alla violenza psicologica (24 domande). Alcuni dei quesiti, però, sembrano finalizzati a raccogliere un numero enorme di risposte positive, descrivendo normali episodi di conversazione sicuramente accaduti a chiunque, che risulta difficile configurare come «violenza alle donne».
Facciamo qualche esempio, tratti proprio dal questionario in oggetto:
«La ha mai criticata per il suo aspetto?»
«...per come si veste o si pettina?»
«...per come cucina?»
«...controlla come e quanto spende?»
Ai fini statistici non c'è differenza fra un atteggiamento aggressivo e denigratorio ed un consiglio pacato, collaborativo, spesso indispensabile, a volte anche migliorativo. Ad esempio: «Cucini da schifo, ti ammazzo di botte se non fai un arrosto decente» è sicuramente violenza, ma lo diventa anche «Cara, oggi il risotto non è venuto bene come la volta scorsa». Oppure: «Con quei capelli sembri una prostituta, ti spacco la faccia se non li tagli» è sicuramente violenza, ma lo diventa anche «Questo taglio non ti dona, magari fra due giorni mi abituerò, ma ti preferivo con la pettinatura precedente». E ancora: «Non ti do una lira, se vuoi i soldi per la profumeria vai a fare marchette» è sicuramente violenza, ma lo diventa anche «Non ce la facciamo, mettiamo via i soldi per il mutuo, purtroppo questo mese niente palestra per me e parrucchiere per te».
L'intervistata risponde affermativamente, quindi le intervistatrici possono spuntare la voce «violenza», senza che l'intervistata lo sappia. Infatti la domanda non comporta le diciture esplicite «aggressività, violenza, umiliazione»; si limita a chiedere se un episodio è accaduto, poi è l'intervistatrice che lo configura come violento anche se l'ignara intervistata non lo percepisce affatto come tale.
L'ISTAT infatti, per giustificare l'equivoco sul quale è costruito il questionario, ammette che le intervistate spesso non hanno la percezione di aver subito violenza e, a tale scopo, aggiunge alle note metodologiche questa dicitura:
Le domande tendono a descrivere episodi, esempi, eventi di vittimizzazione in cui l'intervistata si può riconoscere. La scelta metodologica condivisa anche nelle ricerche condotte a livello internazionale è stata dunque quella di non parlare di «violenza fisica» o «violenza sessuale», ma di descrivere concretamente atti e/o comportamenti in modo di rendere più facile alle donne aprirsi. Il dettaglio e la minuziosità con cui si chiede alle donne se hanno subito violenza, presentando loro diverse possibili situazioni, luoghi e autori della violenza, rappresenta una scelta strategica per aiutare le vittime a ricordare eventi subiti anche molto indietro nel tempo e diminuire in tal modo una possibile sottostima del fenomeno. Sottostima che può essere determinata anche dal fatto che a volte le donne non riescono a riconoscersi come vittime e non hanno maturato una consapevolezza riguardo alle violenze subite mentre possono più facilmente riconoscere singoli fatti ed episodi effettivamente accaduti.
Presentando il rapporto, poi, l'ISTAT scrive:
Le forme di violenza psicologica rilevano le denigrazioni, il controllo dei comportamenti, le strategie di isolamento, le intimidazioni, le limitazioni economiche subite da parte del partner.
Anche frasi innocue come «la frittata oggi è un po' sciapa», oppure «ti preferivo senza permanente» vengono quindi classificate come denigrazioni e diventano di conseguenza una forma di violenza alle donne. Ecco come nascono 7.000.000 di vittime.

LA STATISTICA AL SERVIZIO DELL'IDEOLOGIA

L'estensione del concetto di violenza ad aggressioni verbali e pressioni psicologiche, scaturito dalla recente indagine «Quali sono e come si chiamano le violenze contro le donne» apre la strada a qualunque interpretazione. Come misurare con un questionario chiuso l'offesa all'emotività di una persona? Ciò che a una donna dà fastidio a un'altra sembra cosa di poco conto, un'altra ancora ne ride: è un fatto puramente soggettivo. Lo stesso dicasi per le pressioni psicologiche nella coppia.
Tra le nove domande ritenute appropriate per misurare questo tipo di violenza, alcune lasciano quantomeno perplessi. Per esempio le seguenti:
«Il vostro coniuge o compagno: mai / raramente / qualche volta / spesso / sistematicamente»
«– Ha criticato o svalutato ciò che fate?»
«– Ha fatto osservazioni sgradevoli sul vostro aspetto fisico?»
«– Vi ha imposto il modo di vestirvi, di pettinarvi, di comportarvi in pubblico?»
«– Non ha tenuto conto o ha manifestato disprezzo per le vostre opinioni?»
«– Ha preteso di dirvi quali dovrebbero essere le vostre idee?»
Notate l'assoluta etereogenità di contenuti e varietà di pesi delle voci proposte.
Lo sconcerto aumenta quando si scopre che queste pressioni psicologiche — che ricevono la più alta percentuale di risposte positive — rientrano nel coefficiente totale della violenza coniugale, assieme agli «insulti e minacce verbali», al «ricatto affettivo» e, sullo stesso piano delle «aggressioni fisiche» e dello «stupro e altre prestazioni sessuali forzate»!
Il coefficiente totale della violenza coniugale così concepito vedrebbe dunque interessato il 10% delle francesi, delle quali il 37% denunciano pressioni psicologiche, il 2,5% aggressioni fisiche, e lo 0,9% stupro o altre prestazioni sessuali forzate.
È possibile affiancare le azioni fisiche a quelle psicologiche come fossero elementi di ugual specie? È legittimo condensare nello stesso vocabolo lo stupro e un'osservazione sgradevole o offensiva? Si risponderà che in entrambi i casi viene inflitto dolore. Ma non sarebbe più rigoroso distinguere tra dolore oggettivo e dolore soggettivo, tra violenza, abuso di potere e inciviltà?
Il termine violenza è così legato nelle nostre menti alla violenza fisica che si corre il rischio di generare una deplorevole confusione facendo credere che il 10% delle francesi subiscano aggressioni fisiche dal coniuge. Questa somma di violenze eterogenee che si fonda sulla sola testimonianza di persone raggiunte telefonicamente privilegia in gran parte la soggettività. In mancanza di un confronto con il coniuge, di altri testimoni o di un colloquio approfondito, come è possibile prendere per buone le risposte acquisite?
Il testo riportato sopra è un estratto da «Fausse Route», 2003, pubblicato in Italia nel 2005 con il titolo «La strada sbagliata», opera di Elisabeth Badinter, filosofa francese e femminista storica, non di un misogino integralista talebano.
Dunque, la Badinter giudica faziosa, fuorviante e inattendibile la ricerca commissionata in Francia dalla Segreteria dei Diritti delle Donne. Contesta la validità del metodo di indagine dal quale emerge un dato mistificatorio: si vuol far credere che il 10% delle donne francesi subisca violenza fisica o sessuale.
Da noi cosa accade? L'indagine italiana, condotta con identiche modalità, delinea un panorama ancora più allarmante: 31,9%, più che triplicati i risultati francesi. Dal sito ISTAT:

PRINCIPALI RISULTATI

Sono stimate in 6 milioni 743 mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita, il 31,9% della classe di età considerata.
Da notare una curiosa svista dell'ISTAT: le violenze psicologiche, strumento principale per creare stime in grado di gonfiare l'allarme sociale, hanno uno spazio prevalente nel questionario (24 domande), ma si evita accuratamente di nominarle al momento di pubblicare i risultati. Il dato del 31,9%, infatti, viene citato come percentuale di vittime di violenza fisica o sessuale. Ci asteniamo dal fare ulteriori commenti, lasciamo a chi legge il compito di trarre le proprie conclusioni.
Tuttavia, a prescindere da ogni considerazione, vogliamo fare una feroce autocritica. Sconfessiamo la Badinter; ammettiamo che la lettura della sua analisi abbia insinuato cattivi e ingiustificati pensieri sull'ISTAT e soprattutto sul committente, il Ministero per le Pari Opportunità, che — al contrario di quanto «Fausse Route» ci aveva indotto a supporre — assumiamo non abbia chiesto un'indagine dalla quale dovessero obbligatoriamente emergere dati roboanti, così come non lo aveva chiesto a Parigi la Segreteria dei Diritti delle Donne.
Ammettiamo quindi che il questionario sia perfetto così com'è, rispondendo a criteri rigidamente scientifici, imparziali, oggettivi. Resta il fatto della curiosa nota iniziale: non esistono in Italia studi ufficiali sulla violenza agita da soggetti di genere femminile ai danni dei propri mariti o partners, ex mariti o ex partners.
Forse allora la violenza è a senso unico e, quindi, quella femminile non esiste. Ma come mai nessuna fonte ufficiale ha mai sentito l'esigenza di verificare?
Allora il passo è consequenziale: visto che ISTAT e Ministeri non hanno interesse a investire fondi per l'elaborazione di dati ufficiali, necessita almeno un'indagine ufficiosa. Ufficiosa, sì, ma attraverso uno strumento istituzionale, conformato ai criteri di imparzialità e rigidità scientifica propri dell'ISTAT: è necessario utilizzare il prezioso know-how dell'Istituto di Statistica, proponendo l'identico questionario a soggetti di genere maschile.
Se il questionario venisse utilizzato a ruoli invertiti, somministrandolo a uomini sposati, single e separati, cosa potrebbe uscirne? Al pari della critica per la pettinatura femminile, la critica al marito per la cravatta sbagliata può essere classificata come violenza? Se basta una percezione di disagio, mortificazione o imbarazzo per configurare il comportamento violento, cosa dire degli uomini criticati dalle proprie compagne perché incapaci di risolvere i problemi domestici di idraulica e falegnameria? Degli uomini paragonati impietosamente al marito della vicina, magari più sportivo e giovanile? Dei mariti criticati per un impiego non troppo remunerato? Apostrofati con toni irridenti, in pubblico e in privato, per non aver fatto carriera? Derisi per aver perso i capelli? Per non saper abbinare i colori? La lista è infinita...
Ma il filone prevalente, nella sfera delle violenze psicologiche contro il genere maschile, è sicuramente la limitazione del ruolo genitoriale. In caso di rottura della coppia, infatti, la frase in assoluto più frequente che deve subire un padre è: «I tuoi figli te li puoi scordare!». Una violenza devastante, questa sì, in quanto con l'attuale orientamento giurisprudenziale e in barba a una legge certo migliorabile ma che anche nella forma attuale non trova spesso attuazione, i padri hanno la netta percezione di una minaccia tanto terribile quanto perfettamente attuabile.

Fonte: Violenze in Famiglia: quello che l'ISTAT non dice

#7
Citazione di: Finnegan il Ieri alle 07:59:31 AMI maschi (non li chiamo uomini) fanno i femministi nella speranza di cuccare o perché sono sul libro paga di qualcuno (tesi di laurea ideologiche, giornali ecc.)
Gli altri più che colpevolizzarsi vengono confusi nella loro identità da queste campagne e come hai detto si ritirano dalla società (mentre i chad sguazzano in Matrix). Il fenomeno hikikomori nasce da un gioco truccato in cui nessun impegno è ripagato ma se ne continua a parlare come di un fatto folcloristico.
Le ragazze si lamentano della mascolinità tossica (le rare volte che lo fanno) solo a scuola o all'università, in funzione di grano d'incenso all'ideologia dominante ma se ne dimenticano subito quando si tratta di scegliere compagni improbabili, per relazioni effimere centrate sull'emozione

Parole sante.
#8
Citazione di: dotar-sojat il Ieri alle 06:22:33 AMle belle donne si accompagnano sempre con uomini ricchi (anche se più anziani), attraenti e più o meno famosi; le altre scrivono questi libri

E si fanno sbattere bene dal maschio tossico d'occasione. Non scherzo ho sentito testimonianze così.
#9
Citazione di: dotar-sojat il Ieri alle 06:22:33 AMle belle donne si accompagnano sempre con uomini ricchi (anche se più anziani), attraenti e più o meno famosi; le altre scrivono questi libri
Il denominatore comune è sempre il dio quattrino
#10
Film e video / Re: "Titane" il film antimasch...
Ultimo messaggio di Finnegan - Ieri alle 08:02:26 AM
Forse Selen sarebbe uno spettacolo meno dannoso.
Citazioneovvero il nostro chud/alfa, vale a dire quel 20% di uomini corteggiati dall'80% di donne
Meglio non provare a spiegarglielo, ti diranno che cercano uomini onesti e responsabili con tutto il contorno di nonsense blabla