Papi postconciliari canonizzati: è un atto infallibile?

Aperto da Finnegan, 17 Ottobre 2018, 11:54:36 PM

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Veri e falsi santi del nostro tempo

(di Roberto de Mattei) Tra gli anniversari del 2018 ce n'è uno che è passato inosservato: i sessant'anni dalla morte del Venerabile Pio XII, avvenuta a Castelgandolfo il 9 ottobre del 1958, dopo 19 anni di regno. Eppure la sua memoria oggi è viva, soprattutto, come osserva Cristina Siccardi, per la sua immagine sacrale, degna di un Vicario di Cristo, e per la vastità del suo Magistero, sullo sfondo di vicende tragiche, come la Seconda Guerra mondiale esplosa sei mesi dopo la sua elezione al Pontificato, il 20 marzo 1939.

La morte di Pio XII chiuse un'epoca, quella che oggi viene definita con disprezzo "pre-conciliare" o "costantiniana". Si apriva, con l'elezione di Giovanni XXIII (28 ottobre 1958) e con l'indizione del Concilio Vaticano II, una nuova era nella storia della Chiesa: quella che ha avuto il suo momento di trionfo, il 14 ottobre, con la canonizzazione di Paolo VI, dopo quella già avvenuta di Papa Roncalli.

Il beato Pio IX attende di essere canonizzato e Pio XII non è stato ancora beatificato, ma tutti i Papi del Concilio e del post-concilio hanno ottenuto gli onori degli altari, con l'eccezione di Giovanni Paolo I. Sembra che ciò che si vuole canonizzare, attraverso i suoi protagonisti, sia un'epoca, che però è la forse la più buia che la Chiesa abbia mai conosciuto nella sua storia.

L'immoralità dilaga in tutto il corpo della Chiesa, a cominciare dai suoi vertici. Papa Francesco si rifiuta di ammettere la realtà del tragico scenario portato alla luce dall'arcivescovo Carlo Maria Viganò. La confusione dottrinale è somma, al punto che il cardinale Willem Jacobus Eijk, arcivescovo di Utrecht, ha pubblicamente affermato che: «i vescovi e soprattutto il successore di Pietro mancano nel mantenere e trasmettere fedelmente e in unità il deposito della fede» (http://www.lanuovabq.it/it/il-papa-non-puo-ammettere-lintercomunione).

Questo dramma ha le sue radici nel Concilio Vaticano II e nel post-concilio ed ha i suoi principali responsabili nei Papi che hanno guidato la Chiesa negli ultimi sessant'anni.

La loro canonizzazione ne proclama l'eroicità delle virtù nel governare la Chiesa. Il Concilio e il post-concilio hanno negato la dottrina in nome della pastorale e in nome di questo pastoralismo hanno rifiutato di definire la verità e di condannare l'errore. L'unica verità che oggi viene solennemente proclamata è l'impeccabilità dei Papi conciliari, e solo di quelli. L'intento più che quello di canonizzare gli uomini, sembra quello di proporre come infallibili le loro scelte politiche e pastorali.

Ma quale credito dobbiamo dare a queste canonizzazioni? Anche se la maggior parte dei teologi ritiene che le canonizzazioni siano un atto infallibile della Chiesa, non ci troviamo di fronte a un dogma di fede.

L'ultimo grande esponente della "Scuola teologica romana", mons. Brunero Gherardini (1925-2017) ha espresso sulla rivista Divinitas, tutti i suoi dubbi sull'infallibilità delle canonizzazioni. Per il teologo romano la sentenza della canonizzazione non è in sé infallibile perché mancano le condizioni dell'infallibilità, a cominciare dal fatto che la canonizzazione non ha come oggetto diretto o esplicito una verità di fede o di morale, contenuta nella Rivelazione, ma solo un fatto indirettamente collegato con il dogma, senza essere propriamente un "fatto dogmatico". Del resto, né i Codici di Diritto Canonico del 1917 e del 1983, né i Catechismi, antico e nuovo, della Chiesa cattolica, espongono la dottrina della Chiesa sulle canonizzazioni.

In secondo luogo, il giudizio che si esprime nel processo fa intervenire una concezione per lo meno equivoca e dunque dubbia della santità e della virtù eroica. L'infallibilità si fonda sull'esistenza di un poderoso complesso di investigazioni e di accertamenti. Non c'è dubbio che dopo la riforma della procedura voluta da Giovanni Paolo II nel 1983 questo processo di accertamento della verità sia divenuto molto più fragile e ci sia stato un mutamento dello stesso concetto di santità.

Altri contributi importanti sono stati recentemente pubblicati su questa linea. Peter Kwasniewski osserva su Onepeterfive (https://onepeterfive.com/paul-vi-not-saint/), che il peggior cambiamento del processo canonico sta nel numero dei miracoli richiesti. «Nel vecchio sistema erano necessari due miracoli sia per la beatificazione che per la canonizzazione – cioè un totale di quattro miracoli esaminati e certificati. Il motivo di questa esigenza è quello di dare alla Chiesa la sufficiente certezza morale dell'approvazione da parte di Dio del beato o del santo proposto, rendendo evidente che la sua intercessione ha messo in moto la potenza di Dio. Inoltre, tradizionalmente, i miracoli dovevano essere straordinari nella loro chiarezza – cioè, non ammettere nessuna spiegazione naturale o scientifica possibile. Il nuovo sistema dimezza il numero dei miracoli, il che, si potrebbe dire, dimezza anche la certezza morale – e, come molti hanno osservato, i miracoli proposti sembrano spesso fragili, lasciando non pochi dubbi: si trattava davvero di un miracolo, o era solo un evento estremamente improbabile?»

Christopher Ferrara, da parte sua, in un accurato articolo su The Remnant,    (https://remnantnewspaper.com/web/index.php/articles/item/4137-the-canonization-crisis-part-ii) dopo aver sottolineato il ruolo decisivo che la testimonianza dei miracoli svolge nelle canonizzazioni, ha osservato che nessuno dei miracoli attribuiti a Paolo VI e a mons. Romero soddisfa i criteri tradizionali per la verifica della divinità di un miracolo: «Questi criteri sono: (1) una guarigione che sia (2) istantanea, (3) completa, (4) duratura e (5) scientificamente inspiegabile, ovvero non il risultato di cure o processi naturali di guarigione, ma piuttosto un evento originato al di fuori dell'ordine naturale».

John Lamont, che su Rorate Coeli ha dedicato un ampio e convincente studio al tema della autorità delle canonizzazioni (https://rorate-caeli.blogspot.com/2018/08/the-authority-of-canonisations-do-all.html), conclude la sua indagine con queste parole: «non è necessario sostenere che le canonizzazioni di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II fossero infallibili, perché non vi erano le condizioni necessarie per tale infallibilità. Le loro canonizzazioni non sono collegate a nessuna dottrina della fede, non sono il risultato di una devozione che è centrale nella vita della Chiesa, e non erano il risultato di un esame attento e rigoroso. Ma non per questo bisogna escludere qualsiasi canonizzazione dal carisma dell'infallibilità; si può sempre sostenere che le canonizzazioni che hanno seguito la rigorosa procedura dei secoli passati, beneficiano di questo carisma».

Non essendo la canonizzazione un dogma di fede, non esiste per i cattolici un positivo obbligo di prestarvi assenso. L'esercizio della ragione dimostra con tutta evidenza che i pontificati conciliari non sono stati di alcun vantaggio per la Chiesa. La fede oltrepassa la ragione e la eleva, ma non la contraddice, perché Dio, Verità per essenza, non è contraddittorio. Possiamo dunque, in coscienza, mantenere tutte le nostre riserve su queste canonizzazioni.

L'atto più devastante del pontificato di Paolo VI fu la distruzione del Rito Romano antico. Gli storici sanno che il Novus Ordo Missae non fu la riforma di mons. Bugnini, ma quella preparata, voluta e attuata da papa Montini, causando, come scrive Peter Kwasniewski una esplosiva frattura interna: «Fu l'equivalente del lancio di una bomba atomica sul Popolo di Dio, che per le sue radiazioni distruggeva la fede o provocava cancri ».

L'atto più meritorio del pontificato di Pio XII fu la beatificazione (1951) e poi la canonizzazione di san Pio X (1954), al termine di un lungo e rigoroso processo canonico e di quattro inconfutabili miracoli. È grazie a Pio XII che il nome di san Pio X brilla nel firmamento della Chiesa e costituisce una guida sicura nella confusione del nostro tempo. (Roberto de Mattei)

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Finnegan

Le canonizzazioni del 27 aprile sono infallibili? Intervista al prof. Roberto de Mattei

Riportiamo la traduzione italiana dell'intervista

Professor de Mattei, le imminenti canonizzazioni di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II  suscitano, per vari motivi, dubbi e perplessità. Come cattolico e come storico, quale giudizio esprime?

Posso esprimere un'opinione personale, senza pretendere di risolvere un problema che si presenta complesso. Sono innanzitutto perplesso, in linea generale, per la facilità con cui negli ultimi anni si avviano e si concludono i processi di canonizzazione. Il Concilio Vaticano I ha definito il primato di giurisdizione del Papa e l' infallibilità del suo Magistero, a determinate condizioni, ma non certo l' impeccabilità personale dei Sovrani Pontefici. Nella storia della Chiesa ci sono stati buoni e cattivi Papi ed è ridotto il numero di quelli elevati solennemente agli altari. Oggi si ha l'impressione che al principio dell'infallibilità dei Papi si voglia sostituire quello della loro impeccabilità. Tutti i Papi, o meglio tutti gli ultimi Papi, a partire dal Concilio Vaticano II vengono presentati come santi. Non è un caso che le canonizzazioni di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II abbiano lasciato indietro la canonizzazione di Pio IX e la beatificazione di Pio XII, mentre avanza il processo di Paolo VI. Sembra quasi che un'aureola di santità debba avvolgere l'era del Concilio e del postconcilio, per "infallibilizzare" un'epoca storica che ha visto affermarsi nella Chiesa il primato della prassi pastorale sulla dottrina.

Lei ritiene invece che gli ultimi Papi non siano stati santi?

Mi permetta di esprimermi su di un Papa che, come storico, conosco meglio: Giovanni XXIII. Avendo studiato il Concilio Vaticano II ho approfondito la sua biografia e ho consultato gli atti del suo processo di beatificazione. Quando la Chiesa canonizza un fedele non vuole solo assicurarci che il defunto è nella gloria del Cielo, ma ce lo propone come modello di virtù eroiche. A seconda dei casi, si tratterà di un perfetto religioso, parroco, padre di famiglia e così via. Nel caso di un Papa, per essere considerato santo egli deve avere esercitato le virtù eroiche nello svolgere la sua missione di Pontefice, come fu, ad esempio, per san Pio V o san Pio X. Ebbene, per quanto riguarda Giovanni XXIII, nutro la meditata convinzione che il suo pontificato abbia rappresentato un oggettivo danno alla Chiesa e che dunque sia impossibile parlare per lui di santità. Lo affermava prima di me, in un celebre articolo sulla "Rivista di Ascetica e Mistica", qualcuno che di santità se ne intendeva, il padre domenicano Innocenzo Colosio, considerato come uno tra i maggiori storici della spiritualità nei tempi moderni.

Se, come Lei pensa, Giovanni XXIII non fu un santo pontefice e se, come sembra, le canonizzazioni sono un atto infallibile dei pontefici, ci troviamo di fronte a una contraddizione. Non si rischia di cadere nel sedevacantismo?

I sedevacantisti attribuiscono un carattere ipertrofico all'infallibilità pontificia. Il loro ragionamento è semplicista: se il Papa è infallibile e fa qualcosa di cattivo, vuol dire che la sede è vacante. La realtà è molto più complessa ed è sbagliata la premessa secondo cui ogni atto, o quasi, del Papa è infallibile. In realtà, se le prossime canonizzazioni pongono dei problemi, il sedevacantismo pone problemi di coscienza infinitamente maggiori

Eppure la maggioranza dei teologi, e soprattutto i più sicuri, quelli della cosiddetta "scuola romana" sostengono l'infallibilità delle canonizzazioni

L'infallibilità delle canonizzazioni non è un dogma di fede: è l'opinione della maggioranza dei teologi, soprattutto dopo Benedetto XIV, che l'ha espressa peraltro come dottore privato e non come Sovrano Pontefice. Per quanto riguarda la "Scuola romana", il più eminente esponente di questa scuola teologica, oggi vivente, è mons. Brunero Gherardini. E mons. Gherardini ha espresso sulla rivista Divinitas, da lui diretta, tutti i suoi dubbi sull'infallibilità delle canonizzazioni. Conosco a Roma distinti teologi e canonisti, discepoli di un altro illustre rappresentante della scuola romana, mons. Antonio Piolanti, i quali nutrono gli stessi dubbi di mons. Gherardini. Essi ritengono che le canonizzazioni non rientrano nelle condizioni richieste dal Concilio Vaticano I per garantire l'infallibilità di un atto pontificioLa sentenza della canonizzazione non è in sé infallibile perché mancano le condizioni dell'infallibilità, a cominciare dal fatto che la canonizzazione non ha come oggetto diretto o esplicito una verità di fede o di morale, contenuto nella Rivelazione, ma solo un fatto indirettamente collegato con il dogma, senza essere propriamente un "fatto dogmatico". Il campo della fede e della morale è vasto, perché comprende tutta la dottrina cristiana, speculativa e pratica, il credere e l'operare umano, ma una precisazione è necessaria. Una definizione dogmatica non può mai implicare la definizione di una nuova dottrina in campo di fede e di morale. Il Papa può solo esplicitare ciò che è implicito in materia di fede e di morale ed è trasmesso dalla Tradizione della Chiesa. Ciò che i Papi definiscono deve essere contenuto nella Scrittura e nella Tradizione ed è questo che assicura all'atto la sua infallibilità. Ciò non è certamente il caso delle canonizzazioni. Non a caso né i Codici di Diritto Canonico del 1917 e del 1983, né i Catechismi, antico e nuovo, della Chiesa cattolica, espongono la dottrina della Chiesa sulle canonizzazioni. Rimando su questo tema, oltre che al citato studio di mons. Gherardini, ad un ottimo articolo di José Antonio Ureta sul numero di marzo 2014 della rivista Catolicismo.

Ritiene che le canonizzazioni abbiano perduto il loro carattere infallibile, in seguito al mutamento della procedura del processo di canonizzazioni, voluto da Giovanni Paolo II nel 1983?

Questa tesi è sostenuta sul Courrier de Rome, da un eccellente teologo, l'abbé Jean-Michel Gleize. Del resto uno degli argomenti su cui il padre Low, nella voce Canonizzazioni dell'Enciclopedia cattolica, fonda la tesi dell'infallibilità è l'esistenza di un poderoso complesso di investigazioni e di accertamenti, seguito da due miracoli, che precedono la canonizzazione. Non c'è dubbio che dopo la riforma della procedura voluta da Giovanni Paolo II nel 1983 questo processo di accertamento della verità sia divenuto molto più fragile e ci sia stato un mutamento dello stesso concetto di santità. L'argomento tuttavia non mi sembra decisivo, perché la procedura delle canonizzazioni si è profondamente modificata nella storia. La proclamazione della santità di Ulrico di Augsburg, da parte del Papa Giovanni XV, nel 993, considerata come la prima canonizzazione pontificia della storia, fu proclamata senza alcuna inchiesta da parte della Santa Sede. Il processo di investigazione approfondita risale soprattutto a Benedetto XIV: a lui si deve, ad esempio, la distinzione tra canonizzazione formale, secondo tutte le regole canoniche, e canonizzazione equipollente, quando un Servo di Dio viene dichiarato santo in forza di una venerazione secolare. La Chiesa non esige un atto formale e solenne di beatificazione per qualificare un santo. Santa Ildegarda da Bingen ricevette dopo la sua morte il titolo di santa e il Papa Gregorio IX, fin dal 1233, iniziò un'inchiesta in via della canonizzazione. Tuttavia non c'è mai stata una canonizzazione formale. Neanche santa Caterina di Svezia, figlia di santa Brigida fu mai canonizzata. Il suo processo si svolse tra il 1446 e il 1489, ma non fu mai concluso. Essa fu venerata come santa senza essere canonizzata.

Che cosa pensa della tesi di san Tommaso, ripresa anche dall'articolo Canonisations del Dictionnaire de Théologie catholique, secondo cui se il Papa non fosse infallibile in una dichiarazione solenne come la canonizzazione, ingannerebbe sé stesso e la Chiesa.

Bisogna dissipare innanzitutto un equivoco semantico: un atto non infallibile, non è un atto sbagliato, che necessariamente inganna, ma solamente un atto sottoposto alla possibilità dell'errore. Di fatto quest'errore potrebbe essere rarissimo, o mai avvenuto. San Tommaso, come sempre equilibrato nel suo giudizio, non è un infallibilista ad oltranza. Egli è giustamente preoccupato di salvaguardare la infallibilità della Chiesa e lo fa con un argomento di ragione teologica, a contrario. Il suo argomento può essere accolto in senso lato, ma ammettendo la possibilità di eccezioni. Concordo con lui sul fatto che la Chiesa, nel suo insieme non può errare quando canonizza. Ciò non significa che ogni atto della Chiesa, come l'atto di canonizzazione sia in sé stesso necessariamente infallibile. L'assenso che si presta agli atti di canonizzazione è di fede ecclesiastica, non divina. Ciò significa che il fedele crede perché accetta il principio secondo cui normalmente la Chiesa non sbaglia. L'eccezione non cancella la regola. Un autorevole teologo tedesco Bernhard Bartmann, nel suo Manuale di Teologia dogmatica (1962), paragona il culto reso a un falso santo all'omaggio reso al falso ambasciatore di un re. L'errore non toglie il principio secondo cui il re ha veri ambasciatori e la Chiesa canonizza veri santi.   

In che senso allora si può parlare di infallibilità della Chiesa nelle canonizzazioni?

Sono convinto che sarebbe un grave errore ridurre l'infallibilità della Chiesa al Magistero straordinario del Romano Pontefice. La Chiesa non è infallibile solo quando insegna in maniera straordinaria, ma anche nel suo Magistero ordinario. Ma così come esistono delle condizioni di infallibilità per il Magistero straordinario, esistono condizioni di infallibilità per il Magistero ordinario. E la prima di queste è la sua universalità, che si verifica quando una verità di fede o di morale viene insegnata in maniera costante nel tempo. Il Magistero può insegnare infallibilmente una dottrina con un atto definitorio del Papa, oppure con un atto non definitorio del Magistero ordinario, a condizione che questa dottrina sia costantemente conservata e tenuta dalla Tradizione e trasmessa dal Magistero ordinario e universale. L'istituzione Ad Tuendam Fidem della Congregazione per la dottrina della Fede del 18 maggio 1998 (n. 2) lo ribadisce. Per analogia si potrebbe sostenere che la Chiesa non può sbagliare quando conferma con costanza nel tempo verità connesse alla fede, fatti dogmatici, usi liturgici. Anche le canonizzazioni possono rientrare in questo novero di verità connesse. Si può essere certi che santa Ildegarda da Bingen sia nella gloria dei santi e possa essere proposta come modello, non perché essa è stata solennemente canonizzata da un Papa, visto che nel suo caso non c'è mai stata una canonizzazione formale, ma perché la Chiesa ha riconosciuto il suo culto, senza interruzione, fin dalla sua morte. A maggior ragione, per i santi per cui c'è stata canonizzazione formale, come san Francesco o san Domenico, la certezza infallibile della loro gloria nasce dal culto universale, in senso diacronico, che la Chiesa ha loro tributato e non dalla sentenza di canonizzazione in sé stessa. La Chiesa non inganna, nel suo Magistero universale, ma si può ammettere un errore delle autorità ecclesiastiche circoscritto nel tempo e nello spazio.

Ci vuole riassumere la sua opinione?

La canonizzazione di Giovanni XXIII è un atto solenne del Sovrano Pontefice, che promana dalla suprema autorità della Chiesa e che va accolto con il dovuto rispetto, ma non è una sentenza in sé stessa infallibile. Per usare un linguaggio teologico, è una dottrina non de tenenda fidei, ma de pietate fidei. Non essendo la canonizzazione un dogma di fede, non esiste per i cattolici un positivo obbligo di prestarvi assenso. L'esercizio della ragione, suffragato da un'accurata ricognizione dei fatti, dimostra con tutta evidenza che il pontificato di Giovanni XXIII non è stato di vantaggio alla Chiesa. Se dovessi ammettere che Papa Roncalli abbia esercitato in modo eroico le virtù svolgendo il suo ruolo di Pontefice minerei alla base i presupposti razionali della mia fede. Nel dubbio io mi attengo al dogma di fede stabilito dal Concilio Vaticano I, secondo cui non può esserci contraddizione tra fede e ragione. La fede oltrepassa la ragione e la eleva, ma non la contraddice, perché Dio, Verità per essenza, non è contraddittorio. Sento in coscienza di poter mantenere tutte le mie riserve su questo atto di canonizzazione.

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